Abbiamo pensato invece di fare un resoconto monotono di tutte le partite della stagione dell'Ascoli di proporre il vero problema del calcio di oggi...il male del calcio...IL CALCIO MODERNO...Proponiamo qui di seguito un' articolo di Emiliano Pacini :
"L’affondamento del calcio italiano visto da lontano sembra ancora più inevitabile. Temporaneamente trasferitomi in Inghilterra, modello salvifico evocato ad ogni piè sospinto dai vari “esperti di calcio” nostrani, ho seguito da qua il triste evento della morte dell’Ispettore Filippo Raciti ed il susseguirsi di eventi che hanno portato prima alla chiusura degli stadi e poi alla riapertura in ordine sparso. Ogni volta che penso al calcio italiano mi viene da associarlo all’immagine di qualche disastro. Il Titanic su tutti; un colosso virtualmente inaffondabile destinato a morire dall’inettitudine dei suoi capitani, la sicurezza sacrificata in nome del profitto. E come in quella tragedia, a rimetterci sono soprattutto i più deboli: semplici tifosi, ultras, abbonati e spettatori occasionali colpiti da una stretta al regime di ordine pubblico passata sulle ali dell’emozione provocata dalla scomparsa dell’agente Raciti. Una serie di provvedimenti presi dal Ministero dell’Interno e ratificati dal Parlamento che non si vede come dovrebbero arginare la violenza nel e attorno al calcio.Sostanzialmente si tratta di un allargamento del fermo di polizia, portato a 48 ore, della preventività del DASPO (obbrobrio giuridico incostituzionale: in questo caso si tratta di un vero e proprio processo alle intenzioni) e del suo prolungamento fino a 7 anni. Di contorno ci sono tutta una serie di norme regolamentatrici delle tifoserie: divieti di introdurre striscioni e bandiere superiori ai 150 cm e che non siamo ignifughi, divieto di introdurre aste di qualsiasi genere, obbligo alla cosiddetta “presa di distanza” nei confronti di tifosi diffidati pena lo scioglimento forzato del gruppo di appartenenza. Insomma, la risposta del governo Prodi all’emergenza calcio sembra essere da una parte puramente repressiva, dall’altra burocraticamente ridicola. È chiaro che la totalità del problema è stata individuata dalla classe politica italiana negli Ultras, a parere di questa principale causa ed effetto degli episodi incriminati. Ma siamo proprio sicuri che una stretta alle misure di sicurezza degli stadi (che sembrano più fatiscenti caserme domenicali) risolverà come per incanto tutti i problemi che il nostro calcio si porta dietro da decenni? E togliere quel poco di colore e creatività che ancora rimangono negli italici stadi a chi può giovare? Le misure che sono state approntate sono in parti uguali ridicole e inefficaci; se fatte in buona fede dimostrano una miopia pressoché totale del problema in questione; se fatte in cattiva fede dimostrano solo la volontà di far andare avanti il business con un’apparenza di disciplina da mostrare all’opinione pubblica ma a scapito del senso stesso del calcio. Uno stadio vuoto e grigio, senza bandiere tamburi e striscioni, senza fumogeni e con gli spettatori obbligati a sedere compitamente: c’è da aspettarsi anche il divieto di cantare o alzare la voce, se si continua così. Fortunatamente ci sono alcune voci critiche fuori dal coro dei forcaioli che vorrebbero gli ultras impiccati ai lampioni e che hanno capito che siamo di fronte ad un problema di cultura della nostra intera società: non è che chiudendo gli stadi o bandendo gli striscioni si previene l’aggregazione di persone intenzionate a commettere atti violenti. Queste persone non sono prodotti del calcio, sono prodotti della società. Nella mancanza di cultura, nella latitanza della politica dai veri bisogni della gente, in un retroterra sociale che fa dei “guappi” e dei furbi i veri vincenti ci sono tutte le condizioni ideali per la diffusione e crescita costante di caos e violenza: che sia proprio il calcio ad essere uno dei catalizzatori principali è perché è da sempre la nostra ragione di vita, unico vero comune denominatore di una nazione che spesso stenta a riconoscersi come tale.Durante gli ultimi 15 anni abbiamo visto come il pallone sia diventato sempre piu decisamente una ben oliata e spremuta macchina da business, macchina che non si può assolutamente fermare senza effetti disastrosi sulle casse di società e tv e sulle menti degli italiani. Per questo andiamo avanti nonostante Calciopoli, nonostante Raciti, nonostante tutti i morti del calcio volutamente ignorati: lo spettacolo va avanti per riempire quel vuoto che la nostra società malata non riuscirebbe a colmare altrimenti.Appurato che il calcio è un fenomeno culturale di cui i politici spesso si impossessano per riscuotere simpatie e voti (vedere il “modello Milan” applicabile all’Italia, teorizzato da Berlusconi al momento di entrare in politica), vediamo cosa hanno fatto questi ultimi per impedire il suo progressivo sprofondamento. L’unica misura presa, che ha cambiato decisamente le carte in tavola a partire dai primi anni ’90, è stata la militarizzazione degli stadi: un dispiegamento massiccio di polizia e carabinieri dentro e fuori gli stadi per impedire e prevenire il contatto tra tifoserie avversarie, cercando di imitare il tatcheriano pugno di ferro che aveva portato alla pressoché totale assenza di episodi violenti dagli stadi anglosassoni. Purtroppo, questa cura militare basata più sul numero che sulla qualità si è rivelata inefficace e miope, ed è servita soltanto ad aumentare sempre di più i tafferugli tra forze dell’ordine e tifosi, tanto che ormai è il celerino il primo nemico di molte tifoserie. Quando si invoca il modello inglese basato sulla tolleranza zero e l’applicazione alla lettera delle norme, bisogna anche vedere come questo è attuato, senza ricorrere a tattiche di ordine pubblico antiquate e pensate negli anni ’50 per disperdere grosse masse di manifestanti. Stewards e polizia controllano la folla attraverso un sistema di telecamere e sorveglianza a vista, certamente opinabile per il livello estremo che ha toccato, ma sicuramente meno cruento dei metodi italiani: al primo sasso lanciato, al primo razzo, cariche indiscriminate e lacrimogeni sparati ad altezza uomo. E tanti tifosi morti nel corso degli anni che ormai se ne è perso il conto: esseri umani, ma con la colpa di essere ultras, e perciò indifendibili agli occhi di un’opinione pubblica ansiosa di avere in pasto un mostro ogni domenica, il capro espiatorio da linciare per ritrovare la salvezza del giocattolo preferito.In Inghilterra, come accennato sopra, le misure di sicurezza ricordano molto il 1984 di Orwell e si stanno rivelando estreme: recentemente si stanno approntando zone speciali negli stadi dell’isola, dove i tifosi possano vedere la partita in piedi, cosa altrimenti impossibile e che comporta l’esclusione dalla partita e successiva diffida. Ma il vero fattore che ha spezzato le reni agli hooligan è stato il vertiginoso innalzamento del prezzo dei biglietti, fenomeno che ha trasformato gli stadi inglesi in centri commerciali per la borghesia, mentre gli hooligan di oggi sono ragazzini di 16 anni che si ammazzano a coltellate o colpi di pistola nelle strade: sono riusciti ad impedire che entrassero negli stadi e li hanno lasciati fuori a morire lontano dai riflettori.È chiaro che questo modello sia appetitoso per i padroni del vapore italiano: trasformare gli stadi in teatri per facoltosi potrebbe essere un buon affare per plastificare totalmente anche quegli elementi creativi e non omologati che nonostante tutto seguono la propria squadra lungo la penisola. Questo, a pensar male, spiegherebbe il nuovo codice antiviolenza e le sue norme “anti-striscione”; ma è mia opinione credere che la maggior parte dei tifosi che ancora amano andare allo stadio di persona, piuttosto che esserci portati da uno schermo televisivo, abbandoneranno definitivamente uno squallido, grigio e muto catino di cemento al cui centro corrono 22 calciatori. Checché se ne dica, gli ultras e il loro tifo sono uno degli elementi che rende una partita di calcio degna di chiamarsi con questo nome: le coreografie, i cori e gli striscioni tengono in vita un calcio morente, incapace di capire che l’infinita ricerca dei soldi finirà per precipitarlo nel fallimento. Gli ultras, nel bene e nel male, sono parte della nostra cultura, e se si vogliono arginare comportamenti teppistici o criminali bisogna prendere il problema alla radice, eliminando l’ignoranza, la povertà morale e il razzismo che affligge larga parte della nostra comunità.La repressione è sempre la risposta più facile e debole ad un problema complesso: bisognerebbe investire tempo e sforzi sulla causa più che sull’effetto ultimo. E bisogna fare in fretta, perché il Titanic affonda, e l’acqua è già alta da queste parti. "